Da Puerto Williams attraverso lo Stretto di Drake: il secondo report di Manuel Lugli, attualmente impegnato insieme ad una manciata di altri alpinisti con il progetto Antartide, una spedizione sci-alpinistica alla penisola Antartica con Skip Novak e Stephen Venables.

3/01/2019. Siamo al terzo giorno di traversata in questo braccio di oceano immenso che è lo stretto – si fa per dire – di Drake, circa 600 miglia nautiche fra capo Horn alle prime isole della penisola Antartica. Abbiamo avuto un esordio interessante, vento con raffiche fino a 45 nodi e onde sui 4/5 metri: stomaco alla prova ed equilibrio precario. D’altronde Drake non poteva smentire secoli di letteratura. Ora però si è calmato, come dire: questo è quello che so fare ma avrò un occhio di riguardo, almeno per un po’. È davvero un’esperienza nuova tutta quest’acqua intorno per centinaia di miglia, un grigio uniforme animato solo da qualche grande albatros che compare dal nulla e nel nulla scompare. È un viaggio zen d’attesa paziente della prima terra all’orizzonte. Per noi la prima terra sarà ghiaccio, forse grandi iceberg in viaggio verso la Georgia del sud o oltre. Il nostro arrivo è previsto per domani pomeriggio. Poi a seconda del ghiaccio decideremo dove puntare, perché qui ancora una volta è la natura e non l’uomo a decidere. È un accesso riservato, un privilegio da gustare fino in fondo con cuore e mente spalancati, che sia scivolare in estasi sulle nevi più a sud della Terra o semplicemente ammirare pinguini saltare in acqua o balene soffiare e immergersi a pochi metri dalla barca.

6/01/2019. Bisognerebbe spingere i cosiddetti “grandi” della Terra a passare qualche settimana in Antartide. Non per punizione, anzi. Per fargli capire la bellezza. È un concetto semplice, gli antichi Greci lo conoscevano bene e come loro tanti altri popoli dell’antichità. Sono convinto che fosse per il rapporto profondo con la natura. La deificazione di tanti fenomeni era un portare rispetto alla potenza e bellezza del Terra. Tutto ciò si è perso nella convinzione che la Terra sia un serbatoio da cui estrarre risorse infinite senza rispettarne gli equilibri, le forme, ciò che la compone e la abita. I risultati sono sotto gli occhi di tutti. Essere in Antartide, vederla, vedere la bellezza infinita delle sue montagne, mari, animali è difficile da descrivere a parole. Proverò con una locuzione anglosassone quasi intraducibile: ci troviamo in un “flow state”, uno stato in cui tutto fluisce in maniera armoniosa e il tuo conscio e il tuo istinto sono in perfetto equilibrio. Tutto si muove come dovrebbe e niente altera questo stato. Come nella salita di stamattina al Tennant Peak, una bella montagna di settecento cinquanta metri che sovrasta la baia di Cuvererrwe. Sole, neve primaverile perfetta, la baia sotto di noi costellata di iceberg e montagne a perdita d’occhio lungo i bracci di mare. Io e Matteo, il mio compagno d’avventura, non sapevamo dove guardare, totalmente presi da questo atto di stato di grazia che solo la natura più potente riesce a regalare. Se poi aggiungiamo la magia dello scivolare sulla neve, il flow state è completo. Immergersi nell’acqua a due gradi dopo la gita per un bagno ristoratore, è stato più di una gogliardata, è stato un battesimo. Il battesimo dell’Antartide.

diManuel Lugli

Aggiornamento della spedizione live:public.wicis.com

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