Racconto semiserio del viaggio di ice climbing in Norvegia di Fulvio Conta, Floriano Martinaglia, Tommaso Regesta e Marcello Sanguineti, a caccia di “water ice” nella regione di Tromsø, oltre il Circolo Polare Artico. Di Marcello Sanguineti (CAAI)

Complici ritardi nei voli, il 22 febbraio atterriamo a Tromsø a sera inoltrata. L’indomani mattina ci spostiamo in auto a Bardufoss, dove ci procuriamo una cartina per orientarci e studiare gli obiettivi per i giorni successivi. Fa un freddo inclemente e i local ci dicono che questa fine di febbraio è anomala per due motivi: la poca neve presente e le temperature particolarmente basse. Non tardiamo a capire che ci toccherà scalare battendo i denti. Nel frattempo, dedichiamo un’oretta a scaldarci in una caffetteria che, nonostante offra caffè al limite della decenza e dolci decisamente non eccezionali, annovera fra i (pochi) punti a favore una cameriera che concordiamo nel definire eufemisticamente “interessante”. I disegni variopinti che fanno capolino sulle braccia le fanno guadagnare al volo l’appellativo di “Tatuata”. Non sono certo un amante dei tatuaggi, ma devo dire che quelli della tipa in questione sono inseriti in un contesto a cui non si può rimanere indifferenti. Ebbene sì: la Tatuata sarà il tormentone della vacanza norvegese e farà spesso capolino nei nostri pensieri durante le attese in sosta a 30° sotto zero e i lunghi minuti necessari per far passare le numerose bollite alle mani. Fulvio, Foriano ed io siamo pieni d’invidia nei confronti di Tommaso: sembra che il nostro amico, grazie a non si sa bene quale pretesto, sia riuscito a estorcerle l’indirizzo di casa!

Presto il caldo caffè lascia il posto al freddo infame di una gelida sera oltre il Circolo Polare Artico, durante la quale vagabondiamo in auto alla ricerca del villaggio dove abbiamo prenotato una “cabin” per i tre giorni successivi. Per oltre un’ora giriamo in tondo, finché non scopriamo che la causa della confusione è un errore nell’impostazione del navigatore. Non tardiamo ad attribuire la colpa a Tommaso, che accusiamo di aver impostato il dispositivo sull’indirizzo della Tatuata invece che su quello dell’alloggio. “Non sei un vero cascatista!” – lo rimproveriamo “Ti lasci distrarre con una facilità imbarazzante da obiettivi che, seppur meritevoli di attenzione, in questo contesto sono secondari!”

I ruoli all’interno del gruppo sono definiti da subito. Fulvio, probabilmente troppo buono per scampare a tre approfittatori del nostro stampo, viene nominato chef ufficiale del gruppo e gli viene demandata anche la selezione dei cibi da acquistare. Floriano, Tommaso ed io, invece, faremo a gara a chi riesce a “imboscarsi” con qualche scusa e lavare meno piatti degli altri… L’indomani ci mettiamo in auto alla volta delle cascate sui pendii di Blåbergenden. Fulvio e Tommaso si dedicano a Storstampen, mentre Floriano ed io puntiamo a una linea più a destra, non censita. Il ghiaccio è di una durezza e di une fragilità che non abbiamo mai incontrato prima. Su ogni tiro un lungo lavoro di pulitura e le “rose” che si formano continuamente rendono la progressione molto delicata e più lenta del previsto. Pensiamo con nostalgia agli agganci che abbiamo frequentemente trovato durante la stagione di ghiaccio sulle Alpi e ci rassegniamo ad arrivare a fine giornata con le braccia provate…

Il giorno successivo, stessa storia. Portiamo l’auto fuori dal garage e notiamo con preoccupazione che il termometro scende in fretta: -18°, -22°, -24°, -27°, -29°… sigh, sarà un’altra giornata di penitenza… Così è: anche su Rubbsnyten e Rubben, le due cascate che attacchiamo nell’area di Sørdalen, il ghiaccio è estremamente duro e fragile, ancor peggio del giorno precedente. In più, a dispetto del fatto che è presente meno neve della norma, per arrivare all’attacco ci tocca un avvicinamento penoso, con continui sprofondamenti accompagnati da sospiri (che, nei momenti di maggior sconforto, degenerano in gemiti) rivolti alla Tatuata. Durante la scalata riesco a riprendere Floriano che impreca nel suo accento ticinese, alternando affermazioni colorite a improperi e considerazioni allucinate (del tipo: “Sembrava che ieri fosse un m…a, c…o, ma qui ha passato il record! A confronto, ieri era un bijou… era come essere a Cala Gonone, c…o!” E poi “Ho tutti i vestiti addosso… non posso mettermi addosso anche il troller! [deformazione florianesca di “trolley”, ndt] L’unica cosa che mi è rimasta è il troller… e i libri da leggere… e… il tablet! Ecco, mi metto addosso il tablet!”). Ne esce un video che diventa viral fra i cascatisti.

Le temperature infami e la pessima qualità del ghiaccio ci inducono ad anticipare di un giorno il trasferimento nell’isola di Senja. Là le cascate sono praticamente a livello del mare e sappiamo che le temperature sono superiori di almeno 10°. Detto fatto: l’indomani mattina partiamo alla volta di Senja. Situata 69’ a nord del Circolo Polare Artico, con i suoi circa 1600 kmq è la seconda isola della Norvegia per dimensioni e ospita un po’ meno di 8000 anime. Si raggiunge dalla terraferma attraverso lo spettacolare ponte che la collega a Finnsnes. Non a torto è nota come l’”isola delle avventure” e “la piccola Norvegia”: è un condensato di fiordi, montagne dall’aspetto decisamente alpino, spiagge sabbiose, baie e foreste. Per i cascatisti si tratta di un vero e proprio “paese di cuccagna”: offre la possibilità di scalare su ghiaccio verticale a picco sull’oceano…

Ci sistemiamo in una casetta sul porticciolo di Mefjordvær, affacciato sul fiordo di Mefjorden, e dedichiamo due giornate a scalare sulle cascate di Ersfjord e Mefjordbotn. Ho girato mezzo emisfero boreale (e non solo quello) a caccia di ghiaccio, ma devo dire di non aver mai visto qualcosa di altrettanto emozionante: salire cascate letteralmente a due passi dal mare e piantare le piccozze mentre si ascolta il rumore della risacca è qualcosa che penso non possa lasciare indifferente nessuno. Per me vale doppio: da ligure doc, ho sempre sentito che il mio salire parte dal mare. Anche per questo, le cascate di Senja sono per me il più bel regalo di questa stagione di ghiaccio.

Per concludere in bellezza la trasferta norvegese programmiamo per il penultimo giorno una delle perle di Senja e, oserei dire, del cascatismo in generale: Finnkona. Più che di una semplice cascata di ghiaccio, si tratta di una salita che, lungo i suoi 400 metri, annovera una prima cascata, un pendio nevoso, una sezione di misto e una goulotte, poste in successione a proteggere il “cuore di Finnkona”: un’impressionante linea di ghiaccio su una parete a precipizio sul fiordo di Bergsfjorden. Purtroppo il meteo è in peggioramento e il 29 mattina di buon’ora osserviamo sconsolati, dalle finestre del nostro alloggio, la neve che si deposita sulle barche ormeggiate e il vento impetuoso che sferza il porticciolo di Mefjordær. Non è pensabile scalare Finnkona in quelle condizioni… torniamo a letto e, come potete immaginare, in mezzo alle “turbe psichiche” da riposo forzato il pensiero corre più volte alla Tatuata…

Purtroppo, per l’indomani è previsto solo un leggero miglioramento – in un contesto meteorologico ancora perturbato. Ci svegliamo e osserviamo perplessi il cielo grigio, con nevischio e vento. Siamo molto indecisi, ma si tratta dell’ultima giornata di vacanza e penso che non ci si possa esimere da un tentativo. Non mi serve molto tempo per convincere Tommaso! Iniziamo a scalare Finnkona a un orario decisamente vergognoso per una salita del genere: complici un avvicinamento non breve, indecisioni e imprevisti vari, attacchiamo la via solo verso le 11 di mattina… Anche questa volta troviamo ghiaccio molto duro e fragile, che richiede un estenuante lavoro di pulitura e una progressione delicata, ma, una volta sbucati in cima a quei 400 metri di libidine ghiacciata a precipizio sul Bergsfjorden, Tommaso ed io non abbiamo dubbi: Finnkona batte la Tatuata 1 a 0!! Anzi, no: facciamo che per un attimo pareggiano… 😉

di Marcello Sanguineti (CAAI)

Marcello ringrazia Karpos/Sportful e Wild Climb

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