Il ritratto di Simone Moro, l’unico alpinista che ha salito in prima invernale tre ottomila: lo Shisha Pangma, il Makalu e il Gasherbrum II. Di Edoardo Falletta.

“Straddling the top of the world, one foot in China and the other in Nepal, I cleared the ice from my oxygen mask, hunched a shoulder against the wind, and stared absently down at the vastness of Tibet. I understood on some dim, detached level that the sweep of earth beneath my feet was a spectacular sight…” (Jon Krakauer – Into thin air)

Saranno certamente in molti a sapere che Simone Moro è l’unico alpinista della storia ad avere raggiunto tre cime di 8.000 metri in completa stagione invernale. Altissime vette come il Shisha Pangmanel 2005, il Makalu nel 2009 e il Gasherbrum II nel 2011 sono state infatti salite con uno stile e con un approccio etico molto distante dal modo in cui questo tipo di ascensioni vengono normalmente affrontate. Questa intima decisione nasce dall’esigenza di ritrovare un senso di autenticità e di purezza nell’attività di alpinista ma soprattutto, per poter ascoltare il silenzio carico di febbrile attesa, che si ode piano trasportato dal vento sugli altipiani di quelle terre così vicine al cielo. Quel perduto silenzio che le spedizioni commerciali hanno ormai irrimediabilmente compromesso durante i mesi estivi nei quali l’affluenza ai campi è altissima e l’ambiente, addomesticato da una presenza umana massiccia perde tutto il suo abbagliante fascino primordiale.

Scalare durante l’inverno, inoltre regala il grandissimo privilegio di poter ammirare le montagne Himalayane nelle stesse condizioni in cui versavano quando i primi pionieri si avvicinarono alle loro pendici. In questo periodo infatti, non esiste alcuna presenza umana, non ci sono tracce nel candido manto della neve. Tutto è fermo, tutto è congelato, tutto appare sospeso nel profondo silenzio. Solo in queste condizioni che possono sembrare così estreme, si è davvero liberi. In un ambiente del genere non possono esistere condivisioni. Ci si trova soli con l’elemento che si è cercato e anziché sfidarlo, si entra in simbiosi con esso. Perché l’esplorazione non è sempre più grande quanto è più pericolosa o lontana ma è sempre più grande quanto più autentica, quanto più libera da facili fughe.

La travolgente e abituale energia di Simone, traspare limpida nella sua voce mentre mi spiega che il limite semplicemente non esiste. Perché quello che poteva rappresentare un limite il secolo scorso, oggi è stato ampiamente superato e quello che per noi è un limite oggi, probabilmente non lo sarà più domani. “Se ammettiamo che la ricerca dell’innalzamento del limite è stato uno dei fattori che ha contribuito allo sviluppo dell’uomo, pensare che il limite sia qualcosa di assoluto o di invalicabile sarebbe come accettare la resa di fronte all’evoluzione umana”.

L’intuizione che si ha in sogno, la magia creativa di una fantasia fervida sono gli elementi comuni che legano le ascensioni del passato con quelle che verranno in futuro. Le profonde spinte e motivazioni che permeavano le ascensioni romantiche di un alpinismo d’antan non sono cambiate. L’idea che muove Simone Moro infatti è esattamente la stessa che spingeva il Duca degli Abruzzi, Walter Bonatti e poi Messner a misurarsi con le montagne, senza essere completamente certi del successo e della riuscita della propria impresa.

L’esplorazione nel suo più pregnante e profondo significato, come massima espressione di un’attività introspettiva che non cerca e non raggiunge nessun posto descritto sulle mappe. Perché se la meta che eleggiamo e che ci prefiggiamo di raggiungere, risiede dentro noi stessi, non arriverà mai il giorno in cui tutto sarà salito e tutto sarà scoperto.

Quando chiedo a Simone di raccontarmi, dal suo punto di vista, dove sta andando l’alpinismo, lui corregge la mia domanda e mi risponde che è cambiato il verbo. Sarebbe più opportuno chiedersi: “Dove sta tornando?”. Infatti, dopo la più recente fase nella quale l’alpinismo era dominato da numeri e da record, l’uomo, ormai libero dai preconcetti della prestazione, torna ad essere il centro di questa meravigliosa attività. L’alpinismo, sostanzialmente, sta tornando dov’era partito e cioè all’esplorazioni e alla riscoperta di quegli anfratti meno conosciuti ed erroneamente ritenuti meno interessanti. Gli alpinisti di oggi si stanno avvicinando nuovamente alle ascensioni classiche perché si sta scoprendo che tantissime vie aperte dai grandi del passato non sono più state ripetute.

Uno degli argomenti a me più cari è la ricerca del bello piuttosto che del difficile. Del contesto nel quale ci si muove che crea il presupposto per agire. Mentre ne parliamo, Simone ferma la mia attenzione su quanto sia importante cercare sempre e nuovamente la bellezza in quello che facciamo piuttosto che enfatizzare la prestazione fine a se stessa. Quanto sia importante ritrovare il gusto nel fare le cose, alla costante ricerca di quello slancio gioioso che ci aveva fatto indossare un imbrago per la prima volta.

Ci tengo particolarmente a ringraziare Simone Moro per la grandissima gentilezza, disponibilità e semplicità con le quali ha accettato di rispondere alle mie domande. Inoltre vorrei dedicare queste righe a Elena perché possa trarne ispirazione e un insegnamento.

Edoardo ringrazia Mauro Marcolin e Wild Climb per il supporto

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